lunedì 6 ottobre 2014

Femminista? No, forse un po' calvinista

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A vedere che per contrastare chi la pensa in modo diverso si arriva alle mani, rimango sempre molto male.
Saranno gli ideali, che ho ancora in una forma tra alla Richard Bach e la Antoine de Saint-Exupéry, ma l'opinione è sacra, vincolante, e chi usa le mani invece della conversazione mi sembra un pochetto primitivo. Non voglio parlare né di "Sentinelle in piedi", né di anti omofobia, ma di un confronto avuto qualche giorno fa a proposito di una coppia celebre della letteratura classica: Didone ed Enea.
Virgilio, nel celeberrimo quarto libro dell'Eneide, traccia un ritratto dei due amanti che, in fin dei conti, non rende onore a nessuno dei due. Vediamo cosa succede.
Didone è la regina di Cartagine, donna d'acciaio, che resa vedova dal fratello, che ne ha ucciso il marito Sicheo a Tiro, è dovuta fuggire con i suoi e, con uno stratagemma, riuscire a farsi donare la collina su cui costruire la nuova città. Donna eroica, astuta, benedetta dagli dèi.  Eppure...
Un giorno Enea sbarca sulle sue coste, la affascina, la manda via di testa: Virgilio scrive di lei "demens" e non servono traduzioni. (Allora vedi che Virgilio è solo un maschilista? Forse no.) Lei non rispetta più i suoi doveri di regina, blocca lavori, costruzioni, giudizi... Lui bivacca con la scusa che si è a fine estate ed è pericoloso navigare. L'autore insinua che la colpa sia della madre di lui, Venere, dal momento che i due bamboleggiano e non combinano nulla. Altro che eroi, due adolescenti imbranati!
Poi succede il fattaccio, ancora colpa degli dèi, anzi di Venere e pure Giunone, che dovrebbero essere nemiche. Gli innamorati si "sposano", il pettegolezzo dilaga, Giove scopre che il condottiero troiano non sta facendo quel che deve e lo richiama all'ordine.
Enea si spaventa, in fretta e furia raduna i suoi e prepara le navi per andare a fondare Roma (più o meno). E chi lo dice a Didone?
Nonostante lei sia "demens" si accorge che lui è scomparso e che il porto è un po' troppo animato, così gli va a parlare, anzi lo insulta pesantemente. Ma dico, non ti hanno raccontato l'Odissea, benedetta donna? E anche se fosse, non ricordo più come si trattano gli stranieri che non apprezzano l'ospitalità? E' un confronto molto moderno, le gliene dice di tutti i colori (a ragione) e lui risponde vagamente, anzi tace anche quel che vorrebbe dire e poi prende il mare anche se non è pronto, con "remi ancora non sfrondati" e "tronchi grezzi". Lei, invece di mandargli l'esercito oppure cercare di colpirlo con massi o fuoco, in stile Ciclope, o ancora blandirlo, come Calipso fece con Ulisse, lo insulta per poi darsi fuoco su una pira, assistita da una maga.
Va bene la maledizione sul fedifrago, però qualche soddisfazione in più avrebbe potuto prendersela.
Ma perché dovrei dire "poverina"?
Intanto lui non fa per nulla bella figura. Basta il primo che gli dica cosa fare e lui lo fa. Infatti diventa "pius", rispettoso degli dei, solo dopo gli insulti di Didone.
Insomma lui parte per paura di lei, che invece di tendergli una trappola, si arrende al destino. Ma vogliamo spiegarlo, a questa splendida eroina tragica, che il destino era quello di Enea e non il suo?
Un simile rammollimento non si può difendere, neppure con la scusa della stanchezza. Un dio da pregare l'avrà pur avuto anche lei, no?
Allora ha ragione Virgilio: quel che è scritto nella mente divina va seguito, per essere "pius", e se lo si fa tutto andrà bene, anche una navigazione sgarrupata ad inizio inverno.
Da regina antica, Didone avrebbe quantomeno dovuto. far "accarezzare le spalle" al traditore, mentre preferisce la conversazione, perché in fondo sogna ancora una famiglia e dei figli, secondo tradizione. Morale: il traditore fugge ed i suoi discendenti distruggeranno Cartagine. A saperlo, persino Didone sarebbe stata un po' meno moderna.