lunedì 7 febbraio 2011

Storie di figli perduti. La Vigna di Rachele (Rachel's Vineyard)

Standard
I figli arrivano quando vogliono, dice la saggezza popolare, e ad un certo punto bisogna lasciarli andare per la propria strada.
A volte, però, lo spavento di fronte al proprio corpo che cambia diventa terrore di non essere più accettati dalla famiglia o dal proprio gruppo sociale.
In realtà non lo so, immagino, ipotizzo, provo a mettermi nei panni di chi sente che un figlio è in arrivo ma non lo vuole.
Si potrebbe discutere per sempre, e c'è chi lo fa da molto (troppo) tempo, se abbiamo diritto di decidere se una creatura deve venire al mondo oppure no. Si potrebbe discutere all'infinito se abbiamo diritto di decidere che vogliamo un figlio a tutti i costi, anche se la natura (o la nostra psiche) non ci aiuta.
Resta il dato di fatto: ci sono bambini che nascono in situazione tutta negativa, non possono restare con la mamma, a volte non possono nascere.
Rinunciare ad un figlio, spesso in modo illegale, lontano dalle precauzioni di una sala operatorio in regola, lascia ferite profonde: a volte intacca la fisiologia femminile, impedisce che arrivino altri figli; altre volte lascia nell'anima una cicatrice sottile che a distanza di tempo si riapre e diventa un'emorragia di sentimenti che sembra di non poter più arginare.
Ora arriva anche in Italia "La Vigna di Rachele", progetto americano di una coppia che vuole aiutare chi, come la biblica Rachele, piange all'infinito i figli che non ci sono più. Se ne è parlato durante la "Giornata per la vita", domenica 6 febbraio.
Accanto a chi rinuncia ad un figlio c'è chi lo fa nascere, a volte perché non ha più scelta, e lo abbandona o, all'ultimo, decide di tenerselo, perché l'istinto di conservazione della specie alla fine è più forte delle convenzioni sociali.
Non posso non pensare, però, ai racconti di due signorine che nello scorso secolo avevano già sfiorato i cent'anni di vita. Nella loro casa, un piano era dedicato ad accogliere le ragazze madri, che decenni fa avevano vita ancor più difficile.
Ecco: le due sorelle raccontavano di essere rimaste turbate dalle urla delle partorienti (per il dolore e la disperazione) al punto di non aver più voluto una famiglia.
Senza commento.