lunedì 7 luglio 2008

Razzismo di nascita

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Prima gli emigranti erano i poveracci, oppure i coraggiosi.
Quando sono tornati in Italia, negli anni '70, dal Sudamerica, dalla Germania, da chissà dove, a volte avevano le tasche piene e il cuore nostalgico. I figli nati all'estero sono cresciuti come se niente fosse cambiato, da una generazione all'altra, e dei lunghi viaggi conservano solo i racconti degli altri, una certa musicalità che riconoscono in lingue ascoltate ma mai parlate.
Poi gli emigranti sono diventati "gli altri", quelli che vengono in Italia invece di uscirne. Così come il nome di Italiani, storpiato in ogni modo, era diventato sinonimo di criminalità se non di mafia, il nome di altri popoli è stato assimilato a furto, prostituzione, illegalità.
La carta d'identità, ogni documento che dica quando è nato, ma soprattutto dove, diventa difficile da leggere per noi, ignoranti in fatto di geografia e di storia del nostro stesso Popolo.
Appena varcate le Alpi ci sono i nostri cugini valdo-francesi, più in là ci sono i valdo-calabresi che fino all'ultimo hanno lavorato in Germania, lasciando famiglia e figli ad aspettare appena oltre confine. Poi ci sono i più viaggiatori, napoletani o siciliani che hanno attraversato l'oceano per offrire ai posteri un presente più tranquillo. Quel che resta di vite intere di lavoro è il nome di un Paese stampato accanto alla data di nascita: quel Paese che un tempo voleva dire "emigrato con onore e rientrato in Patria" mentre oggi significa "straniero da controllare".
Così, per non saper distinguere tra connazionali e non, i perseguitati diventano quelli che non possono cambiare quel luogo di nascita così lontano da non averlo mai visto con occhi coscienti. Il Paese di nascita poco noto diventa motivo di sospetto, di controllo dove non c'è bisogno, e della domanda sempre più inopportuna per chi fin da quando aveva pochi giorni è cittadino italiano come i genitori, i nonni, i bisnonni e indietro fino alle origini: "lei ha il permesso di soggiorno?".
LN