domenica 20 agosto 2006

La privacy inutile

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Una volta ci riempivano la cassetta della posta di carta stampata, alla faccia della difesa delle foreste amazzoniche.
Poi si è passati alla "cassetta condominiale per la pubblicità", ma c'è sempre qualcuno che non sa leggere e si ostina a riempire di cartaccia le buche delle lettere.
Ci si sono messi anche i supermercati: ogni dieci o quindici giorni mandano le loro "offerte", ma ci hanno addomesticati così bene che prepariamo la lista di ciò che serve o che vorremmo e aspettiamo pazienti che "ci sia l'offerta". Ci catapultiamo ad acquistare, a volte sbagliando la data (le "offerte" non iniziano sempre di lunedì) e spesso finendo per acquistare tutt'altro perché la scorta (o fondo di magazzino?) dell'articolo desiderato si è esaurita in poche ore.
Mobili per case sovraffollate, oggetti "da esterno" per terrazzini piccoli anche per un geranio, prodotti stranieri che costano in danni all'ambiente più di quanto facciano risparmiare alla cassa... e ancora, tecnologia già desueta, case da comprare mentre lo stipendio non basta per arrivare a fine mese...
Non importa, possiamo essere tempestati da carta e cartaccia solo perché abitiamo in case in cui c'è la buca delle lettere. A volte non serve nemmeno quella, l'importante è che i voltantini siano recapitati a qualunque cosa che somigli ad una porta d'ingresso.

Cambia tutto se finiamo su Internet.

Apparentemente è come mettersi in piazza.
Apparentemente siamo molto più tutelati.
Basti pensare che chiunque decida di inviare newsletter, in teoria e se non altro per quel che riguarda l'Italia, dovrebbe chiedere il permesso agli indirizzi cui vuole inviare aggiornamenti e ricordare loro, ogni anno entro la fine di aprile (salvo deroghe), come-dove-da chi sono conservati i dati di ciascuno.
Questa sarebbe la normativa, che alcuni sono riusciti a far imporre e, a volte, rispettare a colpi di sentenze di tribunale.
Però...
Continuiamo ad essere tempestati di email non desiderate, a volte offensive o dannose o decisamente indesiderate. Non parlo solo di offerte sessuali, ma anche di vendite, false richieste di aiuto e simili.
Per non dimenticare gli amici, che diffondono a piene mani e con indirizzi in chiaro qualunque curiosità o richiesta arrivi loro via posta, senza nemmeno rendersi conto di chi sono gli indirizzi in memoria che stanno riempiendo di posta e di cui, quando invece servirebbe un contatto umano, dimenticano tranquillamente l'esistenza.
Spedire con gli indirizzi tutti in chiaro, magari dall'email dell'ufficio, significa rendere di pubblico dominio il recapito elettronico di persone che, forse, non sarebbero d'accordo.
Poco male, non fosse che ci sono aziende che lucrano proprio su questo.
Ci sono società che raccolgono indirizzi email presenti sul web e li rivendono a modica cifra ad aziende che vorrebbero inviare o far inviare newsletter a scopo promozionale o informativo delle proprie attività.
Tali società, che dichiarano di prendere indirizzi presenti sul web e attinenti all'argomento richiesto dall'azienda cliente, "pescano" in realtà ovunque, anche da forum o newsgroup senza controllare troppo.
Il problema non è solo il fastidio, per le migliaia di persone che stanno dietro gli indirizzi venduti, di essere importunati su qualunque argomento; ma è anche, per chi ha comprato le liste, il fatto di rendersi responsabile di aver utilizzato indirizzi email senza aver prima ricevuto la dovuta autorizzazione.
Google cerca di "proteggere" chi utilizza i suoi servizi, peccato che molti altri vivano di riflesso e "facciano danno".
Questo sarebbe un buon argomento per il Garante della Privacy. Ma, forse, fare una legge è ben più semplice che verificare che sia rispettata. Così come è più facile dare la multa a chi ha ben parcheggiato ma ha lasciato scadere il tagliandino, piuttosto che sanzionare chi oltre ad acquistare auto da decine di migliaia di euro le abbandona anche dove capita.
[LN]