
Forse è colpa del caldo.
Forse si parla troppo di ciò che è accaduto.
Forse non se ne parla nel modo corretto.
Domenica mattina. Colazione lunga, nel silenzio ancora assonnato. Vicini di casa con le finestre aperte, il giornale spianato, gli occhiali da lettura proprio sulla punta del naso. All'improvviso si sente un rumore secco, una porta che sbatte in cortile, uno sparo.
Cosa può essere stato?
Persino oltre i garage, nella casetta della via sottostante, escono a vedere. Non si sa cosa sia accaduto, non si capisce bene. Palazzi alti quasi dieci piani circondano e nascondono la scena e solo da punti di vista privilegiati si può vedere... vedere cosa? Si può piuttosto intuire che c'è bisogno di soccorsi, di forze dell'ordine, dell'ambulanza che deve solo attraversare la strada per arrivare e intervenire. L'azione è concitata. Resta ancora e soltanto l'intuizione che si tratti di qualcosa di grave, irreversibile, che potrebbe riguardare tutti noi, ma che stavolta ci ha risparmiati.
Qualcuno si è buttato dal balcone, o dalla finestra, o forse è scivolato. Fatto sta che ora si trova sei piani più in basso, nell'angolo più improbabile del cemento, contro il muro. Non c'è più nulla da fare. Nemmeno la magia ospedaliera può cambiare il corso degli eventi. Sul cemento rimane una pozza scura, c'è un pezzo di macchinario, un cannello per aspirare ormai sporco, non è servito. Quel piccolo spazio è riparato da ostacoli a righe bianche e rosse: pericolo, state lontani, non invadete questo spazio dove la morte e la vita si sono incontrate, ma solo una ha vinto.
Ma chi è? Si parla ancora al presente. Chi conosce questa forma che si è schiantata al suolo senza avvertire?
Un capannello di condomini è lì sulla strada, indeciso se parlare o non parlare. Tanto (forse) domani sarà sui giornali, così sapremo, capiremo, rifletteremo...
All'indomani se ne parla davvero. Con rispetto. Oppure per fare notizia. In un titolo compare "un guardone che filma la morte": ma dov'era? Non certo in quel cortile. Qualcuno gli avrebbe intimato di smettere. Ma forse è la memoria di chi cerca un attimo di gloria nella pagina della cronaca nera a vacillare e creare una realtà inesistente, che falsa quel tragico momento risolutivo.
Sesto piano: abbastanza per vedere il terreno cementato sotto di sé, abbastanza per morire. Abbastanza per prendere coscienza in volo. Abbastanza per annientare i fantasmi che ossessionano giorno e notte. La chiamano depressione. Forse è colpa del caldo.
Forse è la vertigine di vivere senza un punto d'appoggio, un lavoro, una famiglia, un obiettivo da inseguire conquistare dominare esibire...
Pochi metri più in qua e l'ossessione avrebbe toccato noi.
Scrittori hanno cercato di raccontare la morte cercata e ottenuta, ma cosa hanno sognato? Hanno mai provato la vertigine che fa perdere ogni riferimento? Hanno mai sentito la terra sfuggire sotto i piedi mentre si cammina? Hanno mai pensato far scoppiare questa testa piena di pensieri che urlano in ogni istante, che annientano i suoni di chi ci rivolge parole di interesse, che chiedono e chiedono e chiedono ancora, finché non sappiamo più cosa vogliono da noi, basta che la smettano?
Forse è meglio abitare più in basso, tenere in casa al massimo un'aspirina, connettersi alla rete per trovare dialogo in ogni istante.
Bastasse solo volerlo...
Uno scrittore ha risolto la morte in diretta, per fortuna non ne ha fatto un radio-dramma, troppo inquietante, troppo ottimista: Diego Cugia scrive NO.
[LN]