E' proprio così: oggi sono intollerante.
Non mi riferisco al latte, al frumento o a qualche alimento che si ingerisce.
Parlo di comportamenti, situazioni che ci si trova a respirare e ingoiare come rospi.
Partiamo da lì, dalla biblioteca: luogo sacro per eccellenza, in cui per tutta l'estate ho trovato amici vecchi e nuovi che mi hanno insegnato molto. Un posto in cui, nel silenzio o nel bisbiglio, ho visto gente leggere, dormire o anche lavorare all'uncinetto delicati pizzi bianchi.
Poi ci sono i giorni in cui l'incanto si spezza e nessuno pensa ad incollare di nuovo i cocci.
Arrivano persone che si mettono a telefonare, con il cellulare in ricarica a sbafo, e poi continuano a chiacchierare ad altra voce. Gruppi di studio fin troppo animati, che non hanno ancora capito che non è la succursale della scuola. Gli stessi operatori che si accrocchiano per i loro discorsi, magari di lavoro, magari no.
E mentre l'amico compagno di sventure si rompe la testa su una versione di latino, scorrono sotto i miei occhi le guerre più sanguinose della storia, dalle Crociate alla terribile notte della "Sainte Barhélémy", dove fiumi di sangue scorrono quasi gratuitamente.
Fuggo, ma torno presto alla realtà, alle parole di uno studioso di storia, e della nostra storia regionale, come Paolo Momigliano Levi, che ai microfoni di "Radio Rai" confida a Luciano Caveri le testimonianze dei deportati, il racconto delle sofferenze di Emile Chanoux torturato.
L'intolleranza non mi passa, lo confesso, ma razionalizzo.
Un po' come fanno quelle persone toccate dal Cielo che "possiedono il Secret" e, come ha appena spiegato Anna Montrosset della "Maison des anciens remèdes", conoscono preghiere potenti non solo per guarire ma anche per legare, fermare, di certo non per fare bene.
Però non le usano mai.
Allora faccio anche io come gli intolleranti: prima di avere una crisi, sospendo il contatto con ciò che mi fa male.
