Marina Nemat è stata in prigione a Teheran, lo ha raccontato nei suoi libri.
«Scrivo perché ne ho bisogno come l'aria - racconta - dopo vent'anni ho capito che nessuno della mia famiglia mi avrebbe chiesto cos'era successo. Dovevo scrivere».
Stupro, violenza, percosse: «pensavo di stare per morire». Ora racconta con voce pacata dallo spazio autori di "Babel", che sta per chiudere la sua seconda edizione in piazza Chanoux ad Aosta. Sembra lontana, seduta sul palco, racconta situazioni difficili, che vorremmo pensare di poter chiudere in un libro o poter costringere nella televisione e spegnere: «mentre siamo sotto questo bel sole della Valle d'Aosta - riflette Marina Nemet - in Iran stanno ancora succedendo violenze».
Il suo coraggio sembra lontano, come se raccontare potesse bastarci e sgravare le nostre coscienze. Lontano come le operaie della bassa Valle di decenni fa, raccontate da Fernanda Favre.
Ma il coraggio cos'è? Marina di ritrova testimone, non sceglie di esserlo. Fernanda ricorda che le donne operaie vivevano la quotidianità, non sapevano essere eroiche.
Coraggio è forse il ragionamento delicato di Arnaldo Colasanti, direttore artistico di "Babel": «il marito di Marina non sa nulla finché non trova il manoscritto - spiega - le dice "io so, ho letto". Lei si scusa di non aver raccontato. Lui si scusa di non aver fatto la domanda giusta».