Stiamo a discutere a tavola di cosa può o deve accadere della vita di Piergiorgio Welby.Pensiamo a cosa vorremmo se accadesse a noi di restare in uno stato quasi vegetativo, in cui il corpo non risponde più ma la mente è cosciente. Forse vorremmo chiudere la partita, arrenderci. Oppure rivendicheremmo il diritto a vivere e basta.
La storia è complessa, ma ne manca ancora un aspetto.
Mi è capitato di sentirne parlare ad un minuscolo convegno di bioetica, non troppi anni fa.
Il tema era, a grandi linee: come facciamo a decidere se curare o no una persona, mettendo davanti a tutto la sua "aspettativa di salute"? In altri termini: ci sono casi in cui le cure migliori vengono prestate solo se, in prospettiva, il paziente "promette" di reagire tanto bene alla terapia o all'operazione da "garantire" almeno un certo numero di anni di salute. Vale a dire: ti aggiusto solo se ne vale la pena.
A fronte dei costi che mantenere la salute comporta, così sulla carta, sembra un calcolo esatto, anche se crudele: ma allora... che succede se l'aspettativa di vita non coincide con l'aspettativa di salute? Se lo chiedono i medici, in qualche modo lo prende in considerazione anche l'Unione Europea.
"Nell'indicatore 9 (aspettativa di vita) dovrebbe essere scorporata l'aspettativa di "vita autonoma" (disability-free life expectancy) che Eurostat già mette a disposizione degli Stati membri. Si sta assistendo ad un estendersi della non-autosufficienza, soprattutto tra gli anziani e i disabili e anche questo dato dovrebbe essere preso in considerazione".
Quindi? Bisogna curare o no chi potrebbe restare "non in salute"?
Nel caso di certe malattie si richiede almeno un'aspettativa di vita di dieci anni. In realtà è sufficiente una risposta diplomatica del medico, o dell'assicuratore, per convincerci a curarci o no. Del resto noi ci fidiamo (quasi) ciecamente dei professionisti, anche quando ci fanno pagare più tasse, ci vendono prodotti di cui non abbiamo bisogno, ci suggeriscono stili di vita che non ci rendono felici...
[LN]