Finalmente riesco ad ascoltare Andrea Damarco e Barbara Caviglia, Replicante Teatro, in una loro riduzione teatrale di un classico della letteratura. Mi tocca il libro "Cuore" di Edmondo De Amicis, che ho letto più o meno quando avevo l'età del protagonista, il piccolo Enrico, e di cui ho amato soprattutto i "racconti" mensili: "Il piccolo scrivano fiorentino", "La piccola vedetta lombarda", "Dagli Appennini alle Ande"... Di questi, però, non si è parlato.
Il processo al libro ha come capi d'accusa il fatto di aver anticipato in malafede certi contenuti del fascismo; in più, mancherebbe di maieutica. A difenderlo c'è l'avvocato Claudio Maione, un avvocato vero che si è documentato con grande serietà; modera Paolo Salomone, raccoglie le testimonianze Davide Jaccod.
Ma è il pubblico, sovrano, critico, indagatore, a riscaldare una serata un po' troppo fresca d'aprile, e tanti si saranno ripetuti nella mente gli interventi che, contro o a favore, la discussione portava a formulare. Tra quelli ci sono anche io.Il processo al libro ha come capi d'accusa il fatto di aver anticipato in malafede certi contenuti del fascismo; in più, mancherebbe di maieutica. A difenderlo c'è l'avvocato Claudio Maione, un avvocato vero che si è documentato con grande serietà; modera Paolo Salomone, raccoglie le testimonianze Davide Jaccod.
Va da sé, il libro alla fine è stato assolto per entrambe le accuse, largamente per la prima, più di misura per la seconda. La provocazione, prima di tutto teatrale, è stata forte: intanto la riduzione di un intero libro in 45 minuti di recitazione è un lavoro notevole, un cesello di parole che in un festival come "Les Mots" ci sta, tallonato da una parte dal tema della "rinascita" e dall'altro dai ricordi che più o meno tutti possono avere di un classico che fin dalla prima pubblicazione è stato diffuso in tutto il mondo. Bravi gli attori nell'esaltare il sentimentalismo del giovanissimo narratore e la stucchevolezza dei genitori che gli scrivono lettere, invece di prenderlo da parte e dirgli le cose in faccia.
Certo, a distanza di tempo, si vede bene la lungimiranza di un editore capace come Treves, che, come ha ricordato anche la Caviglia, prima ancora di avere in mano l'edizione definitiva aveva già pronta la rete di contatti giusti. E' bella anche la citazione riportata da Maioni di una lezione di De Amicis all'università, pochi anni dopo il successo di "Cuore": non prendete come oro colato quello che avete imparato a scuola.
Ecco la confessione, il punto che basterebbe a condannare senza attenuanti libro e autore, se non ricordassimo che "Cuore" è il diario di un bambino borghese di fine '800 che ha sì e no una decina d'anni e tanto bisogno di rassicurazioni. L'enfasi sui buoni sentimenti, i principi religiosi fatti laici, la buona retorica del bello scrivere e ben raccontare: tutti gli elementi ci sono e starebbero bene, anzi ci sono stati, in un sussidiario vecchia maniera.
Allora, i temi sono quelli che il fascismo ha sfruttato biecamente giocando sui sentimenti, come insegnava Gustave Le Bon nella sua "Psychologie des foules", che Benito Mussolini teneva come "livre de chevet" e da cui pare abbia tratto parte della sua retorica prima maniera. Quindi, forse, De Amicis non era proprio in malafede, ma è stato molto ingenuo e forse, piuttosto, colpevole di piaggeria nei confronti dell'impostazione ipocrita di Cavour, con la scusa di leggere il mondo dell'Italia post unitaria attraverso gli occhi di un bambino non ancora adolescente, mai uscito di casa, il cui mondo ruota tutto attorno all'enfasi del padre, al pianto della madre, alle buone maniere e al "così si dice, così si fa". Manca del tutto un'idea di pedagogia, ma anche di approfondimento psicologico che, pure, tanti contemporanei dell'autore hanno vissuto.
A che serve, quindi, accusare De Amicis di mancanza di maieutica? Manca nel suo romanzo la profondità educativa, così come manca anche l'intento sociale (che lui sentirà più tardi); manca una presa di posizione politica, ma non si trova neppure una sufficiente percezione dei ruoli.
Per forza "Cuore" diventa un grande successo scolastico, letterario, di costume: dice tutto senza dire nulla, è il regno del "volemose bene", del "grande, grosso e buono", della buona educazione a prescindere. Del buonismo diffuso che ci si può permettere perché non si rischia nulla. Troppo facile, così.
A proposito del "Cuore" ricordo anche un concorso scolastico, in cui vinsi pure un premio per un tema: per fortuna non so se ne ho ancora copia. Spero di no. Temo di scoprire che, a dodici anni, potrei aver assimilato la buona retorica di De Amicis. Per fortuna, gli insegnanti che ho avuto dopo, culminati in Piergiorgio Odifreddi, mi hanno aiutato a sviluppare altre doti, lasciando subito indietro lo stile "chiesastico" e moralista.
