martedì 23 settembre 2014

Borse e provincialismi

Standard
Vanity Fair mi piace. Punto. Mi piace ancora di più quando comincia a parlare di scarpe e borse. Roba da donne.
Se però devo sfogliare le cento borse scelte dalla redazione alla Milano Fashion Week, e arrivare alla penultima immagine per trovare qualcosa di interessante, non dico di più, i casi sono due: o mi sono ammalata di provincialismo, nonostante sia innamorata di Milano, e non capisco più la moda; oppure siamo un po' a corto di idee.
Passi Cavalli, con tutti i pellami e le pellicce possibili e immaginabili, del resto quello è il suo "marchio di fabbrica". Ma essere quasi delusa da D&G, che negli ultimi anni adoravo per il pensiero che c'è dietro le collezioni... «no, non lo posso accettare» (cit. Riccardo Cocciante).
Vogliamo parlare dei vari Trussardi, Moschino, Fendi e, guarda un po', persino Ermanno Scervino? No, non ne vogliamo parlare. Tra banale e kitch l'indecisione è forte.
Mi auguro che sia stato lasciato fuori molto, magari proprio quel pezzo che avrebbe fatto scattare il colpo di fulmine.
Anzi, una mezza lampadina si è accesa proprio all'immagine numero 98 su 100: la pochette scamosciata viola di Costume National. Colore forte, materiale classico, ma l'idea geniale c'è. La pochette va indossata tenendola per uno degli angoli e qui scatta il suggerimento che molte apprezzeranno: una piccola maniglia, integrata nella silhouette della borsa che, semi rigida e con cerniera nascosta, sembra poter accogliere tutte le esigenze di una donna, compresa quella di portare lo smartphone da cinque pollici anche in una serata elegante, cosa che nelle clutch è praticamente impossibili.
Una donna senza telefono non ha più ragione di essere. La borsa deve essere adeguata. Di prezzi, non parliamo, non qui. Ma, del resto, sono solo una provinciale che guarda il mondo senza vendersi a nessuno.