venerdì 15 marzo 2013

Francesco e l'Italia spezzata. E i Maya?

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Quando a dicembre si parlava di fine del mondo, forse non pensavano a tutti gli stravolgimenti che ci sono stati. Per "fine" intendiamo quando poi non c'è più nulla: vale a dire, che c'importa, tanto non ci riguarderà più. Invece no. "Fine" è il più delle volte una situazione di rottura, tipo il tessuto strappato: a volte lo si butta via, altre non si può (se è una vela della barca e siamo in mare) e si deve aggiustarono in fretta per andare avanti comunque. Così ci siamo trovati in piena crisi (dal greco "spezzo, rompo"), un po' fessi (dal latino "spezzato") e molto delusi per il fatto che le nostre "pietre angolari" si siano sgretolate.
Papa Francesco ha colto subito nel segno, citando l'evangelica casa costruita sulla roccia o sulla sabbia. Gli italiani però non ce la fanno più. Nelle stesse ore in cui il pontefice inizia il suo ruolo, l'Huffington Post riporta di un osservatorio del Policlinico di Milano: "Al riguardo finora ha prevalso il pressapochismo. Ma qui abbiamo a che fare con forme di disagio clinico molto specifiche, che non solo favoriscono l'insorgere di patologie cardiovascolari oltre che di carattere dermatologico, ma danno pure luogo a disabilità di vario tipo, determinate dall'ansia o dalla depressione che il virus porta con sé. Dal giorno all'indomani i soggetti affetti dal morbo della crisi smettono di funzionare. E per curarli non basta intervenire sul fattore scatenante: se una persona si ammala di default in seguito alla perdita del lavoro non le basterà trovare una nuova occupazione per riuscire a guarire.
A Milano nel frattempo la situazione sta precipitando.
Basti pensare che nei centri psicosociali gestiti dal policlinico i pazienti che soffrono di problemi psicologici dovuti alla crisi economica sono quadruplicati negli ultimi due anni".

Il lavoro può guarire, la mancanza di denaro fa preoccupare e ammalare.
Il lavoro che non sarà pagato fa impazzire.
Ora chi lo dice a Monti, Fornero & C.?