mercoledì 31 gennaio 2007

"Bobby": bello e intenso

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Si può provare nostalgia anche per un tempo non vissuto o vissuto solo per sentito dire. Ed è quello che accade quando si vedono o rivedono certi film che raccontano una realtà che è stata o che poteva essere e che oggi è ben lontana dal nostro presente. E’ quello che è accaduto, credo, a molti di noi, guardando, in questi giorni, il terzo film da regista di Emilio Estevez (gli altri due sono “Wisdom” del 1986 e “Il giallo del bidone giallo” del 1990), figlio di Martin Sheen, ex promessa della generazione attoriale degli anni ottanta, a lungo sparito dal grande circo hollywoodiano e tornato a sorpresa con un film, “Bobby”, che, ancora incompleto, ha seriamente rischiato di vincere, lo scorso settembre, il Leone d’oro a Venezia. Invece ha dovuto cedere la vittoria a “Still life“ del cinese Jia Zhang- Ke, ma “Bobby” resta uno dei film più belli e intensi della più recente produzione Usa.
Il titolo si riferisce a Robert Kennedy, ma non è una biografia. Anzi, il senatore americano entra solo marginalmente nel film, anche se ne è il centro ideale, intorno al quale si svolgono piccoli momenti di vita di una serie di personaggi, che, per caso o per lavoro, si trovano nell’Hotel Ambassador di Los Angeles, nelle cui cucine Kennedy verrà ucciso, proprio il giorno dell’assassinio.
Quello che si definisce un film corale, con quello che si dice un cast stellare: Anthony Hopkins, Sharon Stone, Harry Belafonte, Demi Moore, martin Sheen, Helen Hunt, Lawrence Fishburne, Lindsay Lohan, Elija Wood, Ashton Kutcher, Heather Graham, William H. Macy, Christian Slater rappresentano piccoli tratti di storia quotidiana di gente normale che, suo malgrado, si trova a contatto con la Storia, rimanendone, a vario titolo, drammaticamente coinvolta.
Il pretesto del film ruota intorno all’atteso arrivo di Robert Kennedy all’hotel Ambassador, dove fa tappa durante la campagna delle primarie del 1968, che avrebbero dovuto preludere alla sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Kennedy appare in una serie di filmati d’epoca, in cui viene ribadita più volte la coscienza di una scelta rivelatasi tragica, quella della guerra in Vietnam, ma anche la consapevolezza della disparità abissale tra ceti sociali in un paese ricco ed avanzato come l’America, della necessità e della speranza di una vera uguaglianza tra bianchi e neri, attraverso la lezione mai dimenticata di Martin Luther King.
Senza proclami eclatanti, il film si trasforma in un severo atto d’accusa all’America di oggi, alle guerre pretestuose, alla finta democrazia, alla fine della speranza e della solidarietà, sottomesse al cinismo del potere e all’arroganza guerrafondaia dei nostri giorni. Emozione, intensità, nostalgia per il grande sogno perduto vengono amplificati da una curatissima colonna sonora, che riprende quasi interamente indimenticabili successi di una stagione particolarmente felice della discografia americana, quella degli anni sessanta, appunto.
Un film che omaggia il grande Robert Altman nell’architettura polifonica, bello senza dubbio, che ci sorprende non aver trovato nella cinquina candidata agli Oscar del 25 febbraio. Ma i critici americani hanno guardato con sufficienza alla propria storia raccontata da Estevez. O forse, l’America di Bush non è ancora in grado di perdonarsi un voltafaccia così clamoroso ai propri sogni.
[DIDA]