mercoledì 14 giugno 2006

La coppa del mondo e (è) il senso della vita...

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La Coppa del MondoE, alla fine, sono arrivati. Preceduti da lavaggi del cervello operati dalla pubblicità, che ci invitava ad abbonarsi a tv satellitari che avrebbero garantito il mondiale minuto per minuto, o a comprare il televisore nuovo, schermo piatto, 320 pollici, anche se viviamo in un monolocale da 25 metri quadrati, perchè, vuoi mettere? Col megaschermo al plasma è come se ci fossi anche tu sui prati verdi di Germania, dove, in questi giorni, si celebra uno dei riti collettivi più appassionanti (per molti, non per tutti, come diceva uno spot pubblicitario, appunto) della nostra storia. "I MONDIALI".
Alla fine, sono arrivati. E partiti anche bene, per la nostra Nazionale. Due goal rifilati al Ghana e festeggiati, in qualche città, con un tripudio che sapeva già di trionfo finale. Ed era solo la prima partita... E' che, forse, abbiamo imparato ad accontentarci di piccole gioie prese al volo e alle quali attribuiamo più importanza di quanta ne abbiano davvero. Ma mi inquieta sempre un poco l'accanimento col quale ci si avvicina al calcio. La passione debordante, la rabbia eccessiva. Le troppe parole con le quali si commentano per giorni anche le partitelle di quartiere. Mi inquietano le trasmissioni televisive dedicate al calcio, i processi, i processi ai processi, gli ultimi minuti e i controcampi, le domeniche sportive, ma anche i sabati degli anticipi e i lunedì dei posticipi, i mercoledì delle coppe e i martedì, i giovedì e i venerdì dei commenti incazzati e delle recriminazioni furibonde. E non mi inquieta meno questo improvviso stop alla vita quotidiana che viene generato dalle partite dei Mondiali. Qualunque cosa si decida di fare, bisogna tener conto dell'agognata tenzone. Andare al mare, va bene, ma «torniamo presto perchè c'è la partita».
Fare la spesa, organizzarsi il lavoro, andare al cinema, vedere gli amici, tutto quello che è vita normale, in questi giorni, è momentaneamente sospeso (e la speranza è che il collegamento venga ripreso il più tardi possibile). Attaccati al televisore, stravaccati sul divano in pose articolate e plastiche che farebbero scandalizzare anche i Simpson, semplicemente ci assentiamo dalla vita. E la domanda che continuo a farmi è: perché? Capisco le regole del rito, il piacere dell'aggregazione, la bellezza della condivisione di un obiettivo. Ma non è un po' troppo, per una partita? Che sia mondiale o no, non è troppo per qualcosa che rimane lì e, certo, non ci aiuta a migliorare la vita? Per carità, io sono una che ancora si commuove davanti alle immagini della finale dell'82. Ancora piango davanti alla felicità incredula di Tardelli, quando ha segnato uno dei tre goal alla Germania. E piango quando rivedo la faccia del presidente Pertini, quando, alla terza rete, lascia andare il suo rassicurante «non ci prendono più» che, in qualche modo, legittima il trionfo sofferto della nostra Nazionale. Ma continuo a pensare che sprechiamo troppe delle nostre energie in qualcosa che fa bene, quando va bene, al nostro orgoglio nazionale, ma fa meglio alle tasche dei nostri calciatori. E mi chiedo perchè non riusciamo a mettere lo stesso slancio, la stessa passione, la stessa voglia di scendere in piazza, la stessa esigenza di inseguire un obiettivo comune anche per altre cose, magari un po' più importanti. Per quelle cose che servirebbero a dare una dimensione più dignitosa alla nostra esistenza.
Perché non scendiamo tutti in piazza a difendere il nostro diritto ad avere, tutti, un lavoro, una giustizia equa, la pace? Perché non ci mobilitiamo tutti per difendere il diritto dei bambini di tutto il mondo ad essere bambini, ad avere una possibilità di vita? Perché non ci sognamo di protestare con forza, quando le grandi potenze del mondo dichiarano guerre inutili a destra e a manca in nome di una presunta libertà e di una fantomatica democrazia e consentono che a milioni di persone venga negato il minimo della sopravvivenza? Perché non apriamo gli occhi sulla possibilità di avere un'esistenza che sia rispettosa dell'esistenza altrui, di lavorare tutti insieme per restituire dignità a tutto il genere umano? Abbiamo tutti un destino comune e milioni di occasioni per scendere in piazza a difenderlo... Eppure, dai nostri diritti spesso ignorati, spostiamo lo sguardo con disinvoltura. Sì, talvolta siamo ancora capaci di indignazione, forse. Ma è tutto qui? Salvo, poi, ritrovare intatte rabbia, discussioni ed energie per ingaggiare battaglie infinite sul rigore mancato e sul fallo subito. Pronti a ritrovare il gusto della festa collettiva per due goal rifilati nella prima partita di coppa del mondo. Che è una bella cosa e ancora meglio sarebbe festeggiare di nuovo la vittoria finale, come nell'82. Ma mi piacerebbe che la prossima coppa del mondo si giocasse in un mondo più consapevole e più sano. Non posso davvero credere che sia questo il migliore dei mondi possibili.
[Dida]